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8 considerazioni e 1/2 sull’ubriachezza Sinistra

Serie di considerazioni:

1. La Spinelli ha sbagliato, personalmente, e ha sbagliato chi l’ha spinta verso e sostenuta in questa scelta.

2. Tsipras sarà molto contento di avere la figlia di Altiero Spinelli e vedova di Padoa-Schioppa in parlamento, come punto di forza contro le accuse di euroscetticismo. Però non doveva scrivere quella lettera, dare quella giustificazione. Doveva farsi un po’ i cazzi suoi, diciamo.

3. A proposito di giustificazioni, Migliore e compagnia, a cui piacerebbe così tanto essere Civati e avere un blog da cui far sapere a tutti che sono l’anima buona del PD, farebbero bene ad andarci, nel PD, perché è ovvio che le loro dichiarazioni son state un vassoio d’argento per mandare il progetto a puttane.

4. Non cambio d’opinione su una serie di punti: quasi-improvvisare una cosa del genere era difficilissimo, è stato un successo, sono molto contento del mio voto perché tutti e quanti vedo esultare sulla striscia del ‘ve l’avevo detto che i garanti erano una stronzata’ tende a non saperti dire come la sinistra sarebbe potuta arrivare al 4% senza tutto questo.

5. E comunque l’alternativa era il Movimento 5 stelle, o il PD. Un partito che andava in Europa senza un programma, un’idea o un ideale e un altro che è l’avanguardia democristiana del continente. Olé.

6. Certo c’era il comodino Schlein per mettere le anime dei compagni in pace.

7. Spinelli, mannaggia a lei, sarà comunque una buona euro-deputata, sarà funzionale a GUE per il suo ruolo e le sue conoscenze, insomma si doveva candidare dal primo momento. Era così facile. Ma non è una politica, è una della società civile. Politico, onesto e coerente era l’escluso, Marco Furfaro. Segnatevi il nome a futura memoria.

8. E qui veniamo al nodo: la grande inculata agli elettori viene dalla società civile, la rivoluzione civile, e la combriccola dei cittadini-non-politici. SEL e Rifondazione sono stati molto più capaci di giocare secondo le regole e rispettare i patti.

1/2. Continuo a credere nel bisogno di un partito moderno e di sinistra in questo paese, anche se la nostra completa incapacità di formarlo sfiora l’incredibile. Che sia un partito che funzioni come tale e che abbia lo sguardo fisso sull’Europa di sinistra e su quella verde (altro grande buco nero della sinistra italiana: qualcuno ha mai menzionato Ska Keller e compagnia?). Vediamo come ne esce SEL da questo casino e da capo. Io in Parlamento (europeo e italiano) preferisco vedere giovani attivisti di partito piuttosto che esperti giornalisti de La Repubblica

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Tutti insieme appassionatamente

Tutto quel che comincia in commedia finisce in tragedia, tutto quello che comincia in tragedia finisce in commedia, diceva Roberto Bolaño in 2666. Non saprei quale delle due sia più azzeccata per questa parabola. È così inverosimile, così grottesco, che pure Ryanair con la sua spocchia dà un degno contributo all’epilogo del berlusconismo (di quello in prima persona. Ché di berlusconismo rimarremo ammalati a lungo).

Questo blog non vorrebbe parlare si Silvio Berlusconi. Ma sono giorni speciali. Presto si riprende con la democrazia online.

The last days of Silvio Berlusconi.

Staring at this grotesque epilogue, this video comes to my mind. Enjoy it:

(07/11/11 – I wrote:

I am having a look around and all major online newspapers are talking about Italy. Roughly, they all say that Berlusconi’s government is near to an end and that the markets are floating accordingly to the stream of declarations (a very good response after Giuliano Ferrara’s declaration that the prime minister would resign, and a new sudden drop when the PM denied it on his Facebook page).”)

Bersani, la comunicazione, e le basi della democrazia

Visto che non si parla d’altro, ne approfitto per dire anche io la mia sull’affermazione di Bersani sulla comunicazione e la politica.

Riassumendo veolcemente, questa la frase che ha infastidito vari osservatrori (come Aloisi de Linkiesta) è:

“E’ perché pensiamo che la comunicazione sta alla politica come la finanza sta all’economia”.

Ed è chiaro che, vista la connotazione negativa che avvolge la parola finanza in questi mesi di crisi, chiunque creda nell’utilità di una buona comunicazione politica non possa che sentire tali aspirazioni svilite. Altri però hanno fatto notare che la frase completa era:

E’ perché pensiamo che la comunicazione sta alla politica come la finanza sta all’economia: utili entrambe, buone, indispensabili: ma non possono prendere il comando, non possono dettare il compito!

Utile, buona, indispensabile. Mmmmh. Come fa notare Giovanna Cosenza in un lucidissimo post, questo discorso vale solamente se si considera la comunicazione politica come il marketing del prodotto politico. In questo senso, certamente, il contenuto dev’essere il punto di partenza, e allora l’efficace azione di governo o di opposizione la seconda. Benediciamo questo concetto, che Bersani ripete in un passaggio del suo intervento secondo me più interessante dell’anteriore, e dedicato al modello del berlusconismo:

“Il modello che non conosce la distinzione dei poteri, il modello che comunica ma non governa, perché quel che conta non è fare, è raccontare; non è fare è dire che si fa, è convincere che si sta facendo, è gonfiare con la comunicazione la bolla delle illusioni”.

Raccontare anziché fare (bel colpo al partito del fare), e un’ultriore connessione tra la comunicazione e la finanza (bolla delle illusioni). La comunicazione, la bugia, è stata usata dal berlusconismo per truffare gli italiani come lo è stata nei circuiti finanziari per creare bolle speculative. Ok, ci sono. Sinceramente, per uno a cui la comunicazione importa così poco, io qua vedo anche un bell’uso della retorica.

Ma, seguendo ancora quanto detto nei post citati in precedenza, la comunicazione politica va oltre la trasmissione di informazione su quanto fatto (o non fatto), e sicuramente molto ma molto più in là di una questione di marketing elettorale. Lo dice lo stesso Bersani, non so quanto consapevolmente:

Se ci chiamiamo Partito Democratico è perché rivendichiamo un punto di vista politico, autonomo, sulla realtà. Capaci dunque di ascoltare tutti, di dialogare con tutti, di aprirci in modo vero, ma mai di metterci a rimorchio di qualcuno.

Ascoltare? Dialogare? Quindi vuole dire, comunicare? 

Vedete, io sinceramente credo che attraverso l’ascolto, il dialogo e la rielaborazione dei concetti si possa fare la miglior politica. Penso quindi che la comunicazione sia più di un qualcosa buono e utile: io ritengo, a differenza di Bersani, che debba prendere il comando, e dettare il compito. Il punto è stabilire cosa intendiamo con comunicazione, quali flussi comunicativi mettiamo sotto la lente.

Il primo passo dovrebbe quindi essere la ridefinizione del concetto di comunicazione politica: non quella tra i partiti e i cittadini, ma quella tra cittadini che dialogano e collaborano all’interno di partiti che possano essere luoghi di discussione ed analisi.

C’è una bellissima frase sulla democrazia, presa da un testo che chiunque si occupi e preoccupi di democrazia dovrebbe leggere. Dice:

“Se la libertà e l’uguaglianza hanno la loro sede soprattutto nella democrazia, come alcuni pensano, esse sarebbero realizzate in massimo grado laddove tutti partecipassero veramente all’amministrazione politica della città nello stesso grado”

Credo che per prendere queste parole seriamente bisognerà imparare a considerare davvero la comunicazione come dialogo tra molte -e quanto più varie- parti possibile.

Meglio piuttosto?

“Piotòst che gninta l’é mei piotòst”, così si dice dalle mie parti. Piuttosto che niente è meglio piuttosto, e questo è il sapore che lascia il WikiPd della Leopolda.

Il piuttosto in questione sono l’intenzione, almeno nelle menti di vari partecipanti ed organizzatori, di aprirsi a processi decisionali più inclusivi e partecipati, l’utilizzo di internet come raccoglitore di idee ed amplificatore per molte voci altrimenti difficilmente ascoltabili, ed un po’ tutta l’atmosfera “la sinistra deve cambiare, cambiamo la sinistra”.

Fin qua tutto bene. Le aspettative di molti, però, sono state sicuramente deluse dal documento prodotto a Leopolda2011, sia per ragioni di contenuto, sia per ragioni di metodo. Sul contenuto, mi rifaccio velocemente a un ottimo post di Giovanna Cosenza: i punti sono molto corti e sembrano un po’ degli slogan, manca spesso un ragionamento tecnico sul come raggiungere gli obiettivi proposti, sembra dunque che si voglia accontentare un po’ tutti.

Quello che ne emerge è un documento di buone intenzioni, belle idee e giuste critiche, incapace però d’andare minimamente in profondità. Piuttosto che niente? Forse, ma a me dispiacerebbe che si bruciasse il concetto di Wiki-politica così come potrebbe emergere. La produzione partecipata è per definizione collettiva, una questione di mutue correzioni e sintesi ragionate, non una compilation, per quanto plurale, di voci sparse.

Nel sito esiste uno spazio per la discussione (via Facebook plugin) e sì, c’è stata una buona partecipazione, ma la mancanza di un moderatore, di documenti tecnici ed esperti che interagissero, e la velocità con cui tutto è stato prodotto trascritto e scannerizzato, rendono il documento per nulla incisivo sul piano politico e privo di personalità. Sul sito, il dibattito attorno ai punti salienti sembra quello che segue un qualisasi post su Facebook. Non ci siamo, ancora no.

Cosa si può fare per andare verso una democrazia Wiki (o Linux, avremmo detto solo pochi anni fa)?

  1. Chiedersi cosa si può fare per andare verso una democrazia Wiki. Queste sono solo poche idee sparse, ma se le unissimo ad altre, e le discutessimo a lungo in una maniera organizzata ed informata, evolverebbero probabilmente in proposte precise (e praticamente ho già anticipato tutti i punti fino al 5!).
  2. Regolare il dibattito. Non lasciamoci prendere dall’euforia partecipativa e ragioniamo su come possiamo creare vere forme di produzione partecipata di contenuti e proposte politiche. Internet è un bellissimo strumento se usato bene, la lista di commenti stile Facebook non è adatta allo scambio di opinioni. I fori di discussione hanno bisogno di moderatori allenati, esperti del settore, materiali aggiuntivi da consultare. Il miglior dibattito è quello dove la gente cambia idea.
  3. Quale che sia la piattaforma che decidi di usare, dai un occhio a quello che già è stato fatto. La pagina di Economist Debates, per esempio, offre un modello non brevettato e molto più efficiente. Immagino perché, facendo frutto dell’esperienza dell’era precibernetica, si basa sul modello di dibattito di Oxford, e non su quello delle assemblee di istituto del liceo.
  4. Tempo. Il tempo serve per interiorizzare le idee e tornarci a ragionare, serve per informarsi e cercare le migliori risorse. Un programma politico è una cosa molto seria, non si fà né in tre giorni né in tre settimane. Un vero laboratorio di produzione partecipata dovrebbe essere aperto 365 giorni l’anno.
  5. Pratica. Non si può passare da un sistema di delegazione totale a poche elite alla democrazia partecipativa da un giorno all’altro. C’è bisogno di educarsi e di educare il sistema, di avere pazienza e fare piani a lungo termine.

Il vero vantaggio della democrazia non sta tanto nel suo dare voce a tutti (non lo fà molto, al momento), quanto nella sua natura fluida che le permette ciclicamente d’evolversi (od involversi) quando il sistema perde leggitimità. Lo spazio per il cambiamento c’è tutto, ma bisogna sudarselo e probabilmente ci vorranno anni. Per adesso, il Wikipd è poco più che un bello slogan, una bella dichiarazione di intenzioni che forse può svegliare i giusti appettiti nella gente. Sì, c’è molto lavoro da fare, ma piotòst che gninta…