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Ritorno alla teoria.

Buona vecchia sociologia, quanto mi sei mancata.

Lo studio della società, teorico ed empirico, è a mio vedere tra le perle della conoscenza umana (quasi tutta la conoscenza umana è in fondo una perla, quando fluida). Oggi ho ripreso in mano un libro che avevo solo sbocconcellato un po’, La Nascita della Società in Rete, un classico di Manuel Castells, se un classico può aver solo dieci anni. Per chi non lo conoscesse, tratta di come il rapporto tra società, economia e tecnologia, nel suo continuo vicendevole influenzarsi, abbia modificato le basi della società industriale per arrivare a quella che l’autore, Manuel Castells, chiama società dell’informazione. 

C’è un passaggio nel capitolo introduttivo, che mi ha toccato perché spiega perché secondo molti valga la pena cercare di adattare il modello di governo alla contemporaneità. Pensandoci, il nostro modello di governo, consolidatosi durante la rivoluzione industriale, è assolutamente inadatto alla società in rete o dell’informazione. La gente vede un governo tecnico e si scandalizza per un deficit democratico cominciato trent’anni fa.. ma s questo punto torneremo.
Castells dice:

Io credo nella razionalità e nella possibilità di ricorrere alla ragione, senza adorarla come una dea. Credo nelle possibilità di un’azione sociale che abbia significato e in una politica di trasformazione, senza necessariamente andare alla deriva verso le mortali rapide dell’utopia assoluta. […] Credo malgrado una serie di errori intellettuali talvolta tragici, che l’osservazione, l’analisi e la teorizzazione contribuiscano alla costruzione di un mondo diverso, migliore, non fornendo le risposte – che saranno specifiche per ciascuna società e trovate dai soggetti sociali stessi – ma sollevando alcune importanti domande.

Bello no? Dobbiamo agire per cambiare il mondo sì, ma dobbiamo anche studiarlo, comprenderlo, capirlo. Dobbiamo educare ed educarci ad una struttura sociale dinamica e cambiante, rispetto alla quale la struttura politica della democrazia rappresentativa ha un ritardo disastroso, pericoloso.

Il deficit di democrazia non è un governo tecnico, né l’euro: è la congiuntura di strutture di governo sbagliate rispetto a modelli di sviluppo e produzione sistematicamente più veloci e, volendo, rapaci. Lo sforzo dei cittadini dev’essere quindi quello di riprendere il potere nelle proprie mani creando le istituzioni adeguate, quelle che possano distribuire le risorse politiche ad un numero sufficiente di persone e centri decisionali capaci di comunicare efficacemente per il bene comune.

Sono un sacco di parole per dire: “Per creare una nuova democrazia ci vuole la testa, la pazienza, e lo sforzo di tanti”.

 

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Alla ricerca d’un moderato pessimismo.

Come dice il nome di questo blog, internet è ciò che ne facciamo. L’inebrazione prodotta dalle sue mille potenzialità ci porta a credere che porterà a un mondo migliore. Ma può benissimo accadere il contrario

Proposizione per i giorni a venire: leggere “The Net delusion” di Evegeny Morozov. Per cercare di capire il bene che internet può fare alla società è fondamentale approfondirne i lati oscuri ed essere consci dei rischi che comporta. Questo libro mi dà l’impressione di essere uno di quelli che fanno male, che infastidiscono con verità che non vogliamo sentire. Specie per uno che sta per cominciare un dottorato sulla democrazia 2.0 (wikidemocrazia? Wikipolitica? e-democracy? Non ho ancora deciso).

Devo la segnalazione all’ottimo blog di Luca De Biase, che ringrazio. Non concordo però quando dice che:

“Resta, a mio parere, il valore dell’utopia. L’energia culturale e sociale che serve a migliorare il mondo può incarnarsi di volta in volta in forme specifiche che la storia si incarica di superare. Ma resta il senso di superamento del limite che il pensiero utopistico può sostenere, quando è sincero.”

La connessione tra utopia e mezzi di comunicazione non è sempre una felice. Nuria Almirón e Josep Manuel Jarque avvertono contro questo pericolo quando parlano di mitagogia digitale. Secondo loro, la narrativa utopica derivata dall’inebriamento di fronte alle nuove tecnologie finisce per ostacolare il suo stesso realizzarsi attraverso un vocabolario e una fedeltà all’utopia stessa che rendono complicata l’analisi critica e propositiva.

D’altronde, ricordano, le narrative tecnoutopiste non sono una novità dell’era di internet, ma si ripetono dall’epoca dell’invenzione del telegrafo, passando per l’elettricità, il telefono, la televisione, eccetera. E quando si ricorda come si passò dal sogno della radio e del cinema forieri di democrazia alla propaganda dei tre grandi totalitarismi, che di questi mezzi si avvalsero senza remore, viene da pensare che è meglio rimanere coi piedi per terra ed imbeversi d’un moderato pessimismo.