Tutti insieme appassionatamente

Tutto quel che comincia in commedia finisce in tragedia, tutto quello che comincia in tragedia finisce in commedia, diceva Roberto Bolaño in 2666. Non saprei quale delle due sia più azzeccata per questa parabola. È così inverosimile, così grottesco, che pure Ryanair con la sua spocchia dà un degno contributo all’epilogo del berlusconismo (di quello in prima persona. Ché di berlusconismo rimarremo ammalati a lungo).

Questo blog non vorrebbe parlare si Silvio Berlusconi. Ma sono giorni speciali. Presto si riprende con la democrazia online.

The last days of Silvio Berlusconi.

Staring at this grotesque epilogue, this video comes to my mind. Enjoy it:

(07/11/11 – I wrote:

I am having a look around and all major online newspapers are talking about Italy. Roughly, they all say that Berlusconi’s government is near to an end and that the markets are floating accordingly to the stream of declarations (a very good response after Giuliano Ferrara’s declaration that the prime minister would resign, and a new sudden drop when the PM denied it on his Facebook page).”)

Bersani, la comunicazione, e le basi della democrazia

Visto che non si parla d’altro, ne approfitto per dire anche io la mia sull’affermazione di Bersani sulla comunicazione e la politica.

Riassumendo veolcemente, questa la frase che ha infastidito vari osservatrori (come Aloisi de Linkiesta) è:

“E’ perché pensiamo che la comunicazione sta alla politica come la finanza sta all’economia”.

Ed è chiaro che, vista la connotazione negativa che avvolge la parola finanza in questi mesi di crisi, chiunque creda nell’utilità di una buona comunicazione politica non possa che sentire tali aspirazioni svilite. Altri però hanno fatto notare che la frase completa era:

E’ perché pensiamo che la comunicazione sta alla politica come la finanza sta all’economia: utili entrambe, buone, indispensabili: ma non possono prendere il comando, non possono dettare il compito!

Utile, buona, indispensabile. Mmmmh. Come fa notare Giovanna Cosenza in un lucidissimo post, questo discorso vale solamente se si considera la comunicazione politica come il marketing del prodotto politico. In questo senso, certamente, il contenuto dev’essere il punto di partenza, e allora l’efficace azione di governo o di opposizione la seconda. Benediciamo questo concetto, che Bersani ripete in un passaggio del suo intervento secondo me più interessante dell’anteriore, e dedicato al modello del berlusconismo:

“Il modello che non conosce la distinzione dei poteri, il modello che comunica ma non governa, perché quel che conta non è fare, è raccontare; non è fare è dire che si fa, è convincere che si sta facendo, è gonfiare con la comunicazione la bolla delle illusioni”.

Raccontare anziché fare (bel colpo al partito del fare), e un’ultriore connessione tra la comunicazione e la finanza (bolla delle illusioni). La comunicazione, la bugia, è stata usata dal berlusconismo per truffare gli italiani come lo è stata nei circuiti finanziari per creare bolle speculative. Ok, ci sono. Sinceramente, per uno a cui la comunicazione importa così poco, io qua vedo anche un bell’uso della retorica.

Ma, seguendo ancora quanto detto nei post citati in precedenza, la comunicazione politica va oltre la trasmissione di informazione su quanto fatto (o non fatto), e sicuramente molto ma molto più in là di una questione di marketing elettorale. Lo dice lo stesso Bersani, non so quanto consapevolmente:

Se ci chiamiamo Partito Democratico è perché rivendichiamo un punto di vista politico, autonomo, sulla realtà. Capaci dunque di ascoltare tutti, di dialogare con tutti, di aprirci in modo vero, ma mai di metterci a rimorchio di qualcuno.

Ascoltare? Dialogare? Quindi vuole dire, comunicare? 

Vedete, io sinceramente credo che attraverso l’ascolto, il dialogo e la rielaborazione dei concetti si possa fare la miglior politica. Penso quindi che la comunicazione sia più di un qualcosa buono e utile: io ritengo, a differenza di Bersani, che debba prendere il comando, e dettare il compito. Il punto è stabilire cosa intendiamo con comunicazione, quali flussi comunicativi mettiamo sotto la lente.

Il primo passo dovrebbe quindi essere la ridefinizione del concetto di comunicazione politica: non quella tra i partiti e i cittadini, ma quella tra cittadini che dialogano e collaborano all’interno di partiti che possano essere luoghi di discussione ed analisi.

C’è una bellissima frase sulla democrazia, presa da un testo che chiunque si occupi e preoccupi di democrazia dovrebbe leggere. Dice:

“Se la libertà e l’uguaglianza hanno la loro sede soprattutto nella democrazia, come alcuni pensano, esse sarebbero realizzate in massimo grado laddove tutti partecipassero veramente all’amministrazione politica della città nello stesso grado”

Credo che per prendere queste parole seriamente bisognerà imparare a considerare davvero la comunicazione come dialogo tra molte -e quanto più varie- parti possibile.

Alla ricerca d’un moderato pessimismo.

Come dice il nome di questo blog, internet è ciò che ne facciamo. L’inebrazione prodotta dalle sue mille potenzialità ci porta a credere che porterà a un mondo migliore. Ma può benissimo accadere il contrario

Proposizione per i giorni a venire: leggere “The Net delusion” di Evegeny Morozov. Per cercare di capire il bene che internet può fare alla società è fondamentale approfondirne i lati oscuri ed essere consci dei rischi che comporta. Questo libro mi dà l’impressione di essere uno di quelli che fanno male, che infastidiscono con verità che non vogliamo sentire. Specie per uno che sta per cominciare un dottorato sulla democrazia 2.0 (wikidemocrazia? Wikipolitica? e-democracy? Non ho ancora deciso).

Devo la segnalazione all’ottimo blog di Luca De Biase, che ringrazio. Non concordo però quando dice che:

“Resta, a mio parere, il valore dell’utopia. L’energia culturale e sociale che serve a migliorare il mondo può incarnarsi di volta in volta in forme specifiche che la storia si incarica di superare. Ma resta il senso di superamento del limite che il pensiero utopistico può sostenere, quando è sincero.”

La connessione tra utopia e mezzi di comunicazione non è sempre una felice. Nuria Almirón e Josep Manuel Jarque avvertono contro questo pericolo quando parlano di mitagogia digitale. Secondo loro, la narrativa utopica derivata dall’inebriamento di fronte alle nuove tecnologie finisce per ostacolare il suo stesso realizzarsi attraverso un vocabolario e una fedeltà all’utopia stessa che rendono complicata l’analisi critica e propositiva.

D’altronde, ricordano, le narrative tecnoutopiste non sono una novità dell’era di internet, ma si ripetono dall’epoca dell’invenzione del telegrafo, passando per l’elettricità, il telefono, la televisione, eccetera. E quando si ricorda come si passò dal sogno della radio e del cinema forieri di democrazia alla propaganda dei tre grandi totalitarismi, che di questi mezzi si avvalsero senza remore, viene da pensare che è meglio rimanere coi piedi per terra ed imbeversi d’un moderato pessimismo.

Dalla Russia con amore: la legislazione partecipativa

Buone notizie! In un articolo uscito il 29 Ottobre sull’Economist  si legge di Wikivote.ru, una piattaforma in linea la cui funzione è la riscrittura collaborativa di leggi, che sembra riscuotere un certo successo in Russia. Il sito si basa su comunità virtuali di utenti che analizzano e ‘correggono’ leggi già esistenti. La struttura Wiki non è scelta  come strumento di democratizzazione, ma bensì di miglioramento della qualità: il fondatore Vasily Borisov afferma infatti che il progetto serve principalmente a migliorare sul piano tecnico leggi malscritte per colpa dell’incompetenza dei legislatori russi. 

Come spiegano gli autori, Wikivote non è una piattaforma aperta, ma basata sul crowdsourcing (1). Un’organizzazione contatta gli amministratori di Wikivote con una proposta di discussione per una legge, e questi contattano a loro volta distinti gruppi di professionisti nel territorio per coinvolgerli nel progetto di riscrittura. Nel caso più recente si è rifatta la legge statale che regola la pesca ricreativa, con più di 5000 utenti registrati (anche se è facile immaginare che solo una percentuale abbia poi collaborato attivamente). La legge passa diversi stadi di riscrittura e votazione (nell’ultimo caso 287) finché una versione finale viene approvata. Gli utenti più attivi guadagnano punti di merito che li rendono più importanti nelle fasi finali.

Perché mi emoziono tanto con 5000 russi che discutono online i comma che regolano la pesca nel Volga?

  1. Perché non c’è democrazia senza leggi. Un governo si compone di molte arene di azione politica, fondamentale è quella legislativa. Ampliare il numero di persone coinvolte e fornire loro una piattaforma Wiki ha tutto il potenziale per migliorare il processo di scrittura delle leggi
  2. Partecipazione dappertutto. Come ben dice Steven Levitsky, esistono quattro arene principali di confronto democratico, la legislativa, la mediatica, l’elettorale e la giudiziale. Queste si influenzano molto tra di loro. Quando pensiamo alla democrazia partecipativa, pensiamo all’azione nell’arena elettorale, quando pensiamo al giornalismo partecipativo, all’azione nell’arena mediatica. Wikivote è azione nel campo legislativo. Sulla riforma del sistema giudiziale mi astengo che non mi piacerebbe essere citato da Libero.
  3. I numeri. Quando penso alla democrazia partecipativa penso sempre che uno dei grandi ostacoli da superare è il concetto di universalità del voto. Se trasferiamo il concetto di crowdsourcing nell’arena elettorale, dove si discutono esecutivi da formare e punti programmatici, anziché una  selezione su meriti professionali si potrebbe applicare un’estrazione ragionata di cittadini (su basi statistiche: genere, provenienza, età, ecc.), un campione random tra quelli che si registrano perché interessati a partecipare.
  4. La partecipazione crea conoscenzaed interesse per la cosa pubblica. La partecipazione e la possibilità di incidere per il bene comune può far sì che i cittadini si sentano più responsabili verso la comunità. Senza contare i giganteschi passo avanti in tema di accountability.

Ovviamente Wikivote è un progetto in erba ancor lungi dal poter essere  un modello di legislazione a livello statale. Dubbi seri mi sorgono a proposito dell’affidabilità del processo di selezione e dei meccanismi di merito, ed anche sulla non influenzabilità dei partecipanti e degli organizzatori. Ma è un bel progetto, e dimostra che la cultura Wiki (Linux) cresce, è elastica poiché può avere distinte possibili applicazioni, e gode di una certa fiducia in varie parti del globo. Nessuna rivoluzione, solo una buona notizia, una ogni tanto.

PS Visto che è abbastanza difficile trovare informazione su Wikivote e che non mastico bene il russo, mi sono messo in contatto con i creatori e ci siamo messi d’accordo per un intervista. Tornate sul blog tra pochi giorni per leggerla!

PPS Il titolo è sfigato, lo so, ma come fà uno a scrivere “dalla Russia” e non terminare con “con amore”? Almeno uno cresciuto a James Bond?

Crowdsourcing è una di quelle parole inglesi difficili da tradurre. Source è una fonte, un punto di partenza. In ambito produttivo e dei servizi con sourcing s’intende la ricerca di ‘fonti’ per un determinato scopo, capaci di generare qualcosa di utile. Sourcing the crowd (folla) è dunque il cercare elementi che generano utilità in un grande gruppo di persone. A questa folla si chiede di produrre tramite la collaborazione, le dinamiche di promozione del merito e l’arricchimento mutuo, un prodotto di qualità che si spera essere migliore di quello affidato a un gruppo ridotto di individui specializzati. Visto che ci vuole un paragrafo per dire crowdsourcing in italiano, non me ne vogliano i puristi se userò il termine inglese d’ora in poi, e manco in corsivo.

Meglio piuttosto?

“Piotòst che gninta l’é mei piotòst”, così si dice dalle mie parti. Piuttosto che niente è meglio piuttosto, e questo è il sapore che lascia il WikiPd della Leopolda.

Il piuttosto in questione sono l’intenzione, almeno nelle menti di vari partecipanti ed organizzatori, di aprirsi a processi decisionali più inclusivi e partecipati, l’utilizzo di internet come raccoglitore di idee ed amplificatore per molte voci altrimenti difficilmente ascoltabili, ed un po’ tutta l’atmosfera “la sinistra deve cambiare, cambiamo la sinistra”.

Fin qua tutto bene. Le aspettative di molti, però, sono state sicuramente deluse dal documento prodotto a Leopolda2011, sia per ragioni di contenuto, sia per ragioni di metodo. Sul contenuto, mi rifaccio velocemente a un ottimo post di Giovanna Cosenza: i punti sono molto corti e sembrano un po’ degli slogan, manca spesso un ragionamento tecnico sul come raggiungere gli obiettivi proposti, sembra dunque che si voglia accontentare un po’ tutti.

Quello che ne emerge è un documento di buone intenzioni, belle idee e giuste critiche, incapace però d’andare minimamente in profondità. Piuttosto che niente? Forse, ma a me dispiacerebbe che si bruciasse il concetto di Wiki-politica così come potrebbe emergere. La produzione partecipata è per definizione collettiva, una questione di mutue correzioni e sintesi ragionate, non una compilation, per quanto plurale, di voci sparse.

Nel sito esiste uno spazio per la discussione (via Facebook plugin) e sì, c’è stata una buona partecipazione, ma la mancanza di un moderatore, di documenti tecnici ed esperti che interagissero, e la velocità con cui tutto è stato prodotto trascritto e scannerizzato, rendono il documento per nulla incisivo sul piano politico e privo di personalità. Sul sito, il dibattito attorno ai punti salienti sembra quello che segue un qualisasi post su Facebook. Non ci siamo, ancora no.

Cosa si può fare per andare verso una democrazia Wiki (o Linux, avremmo detto solo pochi anni fa)?

  1. Chiedersi cosa si può fare per andare verso una democrazia Wiki. Queste sono solo poche idee sparse, ma se le unissimo ad altre, e le discutessimo a lungo in una maniera organizzata ed informata, evolverebbero probabilmente in proposte precise (e praticamente ho già anticipato tutti i punti fino al 5!).
  2. Regolare il dibattito. Non lasciamoci prendere dall’euforia partecipativa e ragioniamo su come possiamo creare vere forme di produzione partecipata di contenuti e proposte politiche. Internet è un bellissimo strumento se usato bene, la lista di commenti stile Facebook non è adatta allo scambio di opinioni. I fori di discussione hanno bisogno di moderatori allenati, esperti del settore, materiali aggiuntivi da consultare. Il miglior dibattito è quello dove la gente cambia idea.
  3. Quale che sia la piattaforma che decidi di usare, dai un occhio a quello che già è stato fatto. La pagina di Economist Debates, per esempio, offre un modello non brevettato e molto più efficiente. Immagino perché, facendo frutto dell’esperienza dell’era precibernetica, si basa sul modello di dibattito di Oxford, e non su quello delle assemblee di istituto del liceo.
  4. Tempo. Il tempo serve per interiorizzare le idee e tornarci a ragionare, serve per informarsi e cercare le migliori risorse. Un programma politico è una cosa molto seria, non si fà né in tre giorni né in tre settimane. Un vero laboratorio di produzione partecipata dovrebbe essere aperto 365 giorni l’anno.
  5. Pratica. Non si può passare da un sistema di delegazione totale a poche elite alla democrazia partecipativa da un giorno all’altro. C’è bisogno di educarsi e di educare il sistema, di avere pazienza e fare piani a lungo termine.

Il vero vantaggio della democrazia non sta tanto nel suo dare voce a tutti (non lo fà molto, al momento), quanto nella sua natura fluida che le permette ciclicamente d’evolversi (od involversi) quando il sistema perde leggitimità. Lo spazio per il cambiamento c’è tutto, ma bisogna sudarselo e probabilmente ci vorranno anni. Per adesso, il Wikipd è poco più che un bello slogan, una bella dichiarazione di intenzioni che forse può svegliare i giusti appettiti nella gente. Sì, c’è molto lavoro da fare, ma piotòst che gninta…

De che?

La democrazia, Internet, la protesta, niente ha in sé i germi del bene o del male, tutto è quello che ne facciamo.

Non sono questi esempi scelti a caso: cercherò di parlare del tumulto globale e delle speranze e paure che nascono dal connubio tra la Rete e la pratica democratica.

Se poi dovesse scapparci un post su un film, un libro, o un gol di Messi, ci scapperà anche quello.